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Il colpo di testa di Ruiz valso al Costa Rica il successo sugli Azzurri di Prandelli

Il colpo di testa di Ruiz valso al Costa Rica il successo sugli Azzurri di Prandelli

Evviva le storie che sanno emozionare e pazienza se l’esito è contrario ai nostri beneamati Azzurri, troppo apatici per avere possibilità di ben figurare al cospetto di chi guadagna molto meno di loro. Non avremmo dovuto toccare questo tasto, non sarebbe questo il punto, o forse sì, quanto è vero che è il monte ingaggi a determinare il lignaggio di una selezione di levatura internazionale. La spunta il Costa Rica, l’Italia non fa in tempo a metabolizzare il successo sui maestri (maestri?) inglesi e a pensare di ritrovarsi tra le grandi che stramazza fragorosamente al suolo mettendo a rischio la qualificazione agli ottavi, ora legata all’ipotesi di non perdere con l’Uruguay. A proposito di ciò, spulciando tra i dettagli dei risultati del girone, si dovrebbe essere grati a questo insuperabile Costa Rica che sprizza energia da ogni poro, poiché le tre reti rifilate alla Celeste nel primo turno di gare ci consentono ora due risultati su tre a disposizione. Altro effetto del prevedibile (altro che sorprendente, per quanto visto in campo) 1-0 firmato dal capitano dei Ticos Bryan Ruiz è la matematica eliminazione dell’Inghilterra, la certificazione di un fallimento che potrebbe magari vedere un colpo di coda dei Leoni nella sfida conclusiva, tanto da ipotizzare che il primo posto nel raggruppamento possa – perché no – andare alla vincente di Italia-Uruguay. Forse sono solo fantasie, certo è un bel girone a rovescio.

Il ct colombiano Pinto inveisce contro il quarto uomo per la mancata concessione di un rigore al Costa Rica

Il ct colombiano Pinto inveisce contro il quarto uomo per la mancata concessione di un rigore al Costa Rica

La squadra allenata dal colombiano Pinto è comunque già agli ottavi, quella di Prandelli può solo concentrarsi sullo spareggio contro Cavani e Suarez. Che nonostante l’obbligo di una vittoria sembrano godere dei favori del pronostico nel confronto con gli Azzurri. D’altronde, il risveglio di ieri pomeriggio è troppo traumatico per non preoccuparsene. Un paio le occasioni da gol create: ma solo quella di Balotelli nel primo tempo era a dir poco clamorosa. Poi, più niente. Intensità di gioco, zero assoluto. Errori assortiti in quantità macroscopiche, dalla difesa con un Chiellini a cui la presenza di Campbell ha fatto girare la testa per quasi tutti i 90 minuti (cioè sino a quando l’attaccante di colore non è stato avvicendato), agli evanescenti Thiago Motta e Candreva, proseguendo con i neoentrati Cassano e Insigne, per i quali durante il match avrebbe dovuto essere denunciata la loro scomparsa. E’ finito ovviamente sotto accusa il ct Prandelli, del quale è troppo comodo condividere le scelte in caso di affermazione o bollarlo come incapace quando stecca. Vede i suoi ragazzi tutti i giorni, tutto il giorno e dovrebbe sapere chi sta meglio e chi no. E cerca, soprattutto, di agire per il bene della sua selezione.
Va ricordato che il commissario tecnico non è un allenatore di un club qualsiasi: è il terminale di tutti loro, potendo scegliere non su 25-30 atleti ma su una rosa illimitata. Ridotta per convenienza a 23 uomini in occasione dei grandi tornei. Prandelli può essere criticato nei limiti del lecito ma non è giusto tirargli la croce addosso, perché a leggere i messaggi sui social c’è pure chi mette in discussione il ritorno in porta di Buffon. “Sirigu andava benissimo” ha chiosato qualcuno, come se il problema fosse lì. Dimenticando che al Costa Rica è stato negato poco prima del vantaggio un rigore di proporzioni colossali e che se c’è un elemento che malgrado la fiducia risposta continua puntualmente a fallire gli appuntamenti che contano quello è Thiago Motta, che nella finale europea di due anni fa contro la Spagna tradì Prandelli ad un quarto d’ora dal suo ingresso lasciando gli Azzurri in dieci uomini. E mentre il ct fa saggiamente autocritica, la bella favola che emoziona, come detto, è quella dei centroamericani di San José. Che giovani, motivati ed ambiziosi stanno cominciando a ritagliarsi uno spazio all’interno del Mondiale, nonostante l’assenza di Saborio, il bomber delle qualificazioni assente per infortunio.

Von Bergen infortunato a terra: è il simbolo del crollo degli svizzeri, travolti dalla cinquina della Francia

Von Bergen infortunato a terra: è il simbolo del crollo degli svizzeri, travolti per 5-2 della Francia

Fa paura la Francia, perché il robusto 5-2 agli svizzeri è un concentrato di salute, a 360 gradi. Ostenta sicurezza Deschamps, che non si fa scrupoli ad applicare un abbondante turnover ricavandone ottime risposte, impressiona Benzema, che mette a segno una doppietta, fallisce pure un rigore e a tempo scaduto mette dentro – invalidata – la palla del 6-2. Valore delle rivali a parte, i Galletti stanno dimostrando di possedere una grande condizione e possono contare su elementi giovani ma esperti. La balbettante Svizzera è stata spazzata via in poco più di un quarto d’ora e non solo a causa dell’uscita di Von Bergen, rimpiazzato dall’improponibile ex rossonero Senderos. La forma dei rossocrociati è quella che è ed il successo allo scadere sull’Ecuador aveva nascosto alcune falle. Nonostante ciò, la nazionale svizzera resta favorita per il passaggio alla seconda fase del torneo, dovendo affrontare l’Honduras mentre la Tricolor è attesa al confronto con la Francia. Ironia della sorte, proprio quattro anni fa dopo l’esordio vincente con la Spagna, gli elvetici inciamparono all’ultimo turno con l’Honduras (fini 0-0) vedendosi soffiare la qualificazione dal Cile.

Enner Valencia, bomber dell'Ecuador, festeggiato dagli altri giocatori della Tricolor

Enner Valencia, bomber dell’Ecuador, festeggiato dagli altri giocatori della Tricolor

L’Honduras di oggi è atleticamente vivo ma non sembra essere sufficientemente attrezzato per gli impegni previsti. Con l’Ecuador, nel derby fra ct colombiani, è andato in vantaggio: non segnava in una fase finale dal 1982 e in quella selezione uno dei difensori centrali era Anthony Costly, il papà di Carlo, l’attaccante giramondo che mastica continuamente un non-so-che di azzurro, ieri in gol con un preciso rasoterra di sinistro. Nella sfida tra ct colombiani – – l’Ecuador prevale in rimonta con la doppietta di Enner Valencia, uno da tenere d’occhio. Lui e Campbell meritano più visibilità di un Balotelli qualsiasi.

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L'inutile primo gol di Wayne Rooney in una fase finale del Mondiale

L’inutile primo gol di Wayne Rooney in carriera in una fase finale del Mondiale

C’era una volta un Mondiale in cui le squadre sarebbero state riconoscibili dal gioco, persino se i calciatori avessero assunto i connotati del viso degli omini del calciobalilla o del Subbuteo. Ovvero fossero stati tutti uguali. C’era il Brasile che inventava danzando sulle punte e che anche quando non vinceva dava comunque spettacolo. Chi è troppo giovane per esserne a conoscenza vada a vedersi i filmati della Seleçao al Mundial ’82, il più grande spreco di bellezza tout-court dall’invenzione dell’omosessualità. Fantasia e poesia applicate al calcio, verdeoro troppo edonisti per essere anche vincenti.
C’era la Germania, solida, concreta e spesso vincente con la forza fisica, mica con le invenzioni. L’Olanda dei figli dei fiori, di una generazione hippy che ha plasmato una nuova filosofia di soffocamento degli avversari: il calcio totale. L’Argentina che la metteva sulla rissa ma che aveva qualità sufficienti a vincere anche senza, la Spagna che quando le prendevano i cinque minuti era incontenibile per chiunque, l’Inghilterra di un calcio aperto sulle fasce e dei cross al centro, destinati a centravanti abili ad alzare i gomiti (anche al pub) e nel gioco aereo. L’Italia non ha solo costruito il catenaccio, ma ha avuto anche buone intuizioni, vincendo più con un calcio lineare e pulito che rovistando nella spazzatura. E poi gli slavi, indolenti ma geniali, come solo loro sanno essere. Stereotipi? Forse. Ma è ciò che ci hanno lasciato i formidabili anni ’70-’80, quelli dell’impronta di una nazione sulle squadre nazionali, prima dell’apertura delle frontiere, della legge Bosman, della globalizzazione.
Alla fine del secondo decennio spuntano una squadra e un commissario tecnico, che non rivoluzionano il calcio internazionale (quello lo faranno Sacchi ed il suo Milan negli stessi anni) ma destano comunque curiosità. Sono la Colombia ed il ct Francisco Maturana, che è anche allenatore del Nacional de Medellin vincitore della sudamericana Libertadores. Applica il primo tiki taka della storia del calcio moderno. Un compassata ragnatela di passaggi  ma dai meccanismi perfetti, tenuto conto del livello dei protagonisti che la interpretano, non certo stelle di prima grandezza del panorama planetario. Vuole un portiere che sappia usare i piedi e lo trova nell’istrionico René Higuita. Dunque, in questi anni anche l’astro nascente colombiano ha a suo modo un’identità, radicata e riconoscbile sul campo, più di quanto si sapesse sul conto del suo allenatore-filosofo dall’immutabile mimica facciale e della sua lotta alla dittatura e ai narcotrafficanti.

James Rodriguez e Cuadrado, cervello e motore di una Colombia che ora fa paura

James Rodriguez e Cuadrado, cervello e motore di una Colombia che ora fa paura

Oggi questi marchi di fabbrica non esistono più, colpa di una imperante promiscuità che ha inserito i giocatori nei più svariati contesti di tutta Europa. Il Vecchio continente resta il sogno di ogni ragazzo promettente, a qualsiasi latitudine; trasferendosi così giovani, gli atleti perdono qualsiasi segno distintivo del calcio che ha dato loro i natali. Sino all’altra sera l’unica selezione caratterizzata da evidenti peculiarità era la Spagna, con il suo estenuante possesso palla e la ricerca di una verticalizzazione mortifera. Niente di più. Il Brasile gioca all’europea, l’Argentina gioca all’europea, ammesso che esista una diversificata (ma rispetto a cosa?) tendenza continentale. La Colombia – udite udite – ha stroncato la Costa d’Avorio sulla corsa. Cuadrado viene definito dai quotidiani odierni uno scooter, l’intera difesa ha i tratti somatici del derelitto campionato italiano, eppure lavora precisa come un orologio. Davanti manca quel Falcao che è il migliore di tutti? Pazienza, ci sono quattro soggetti (James Rodriguez, Teo Gutierrez, Jackson Martinez e Ibarbo) che messi in una 4×100 con un testimone di ferro in mano resterebbero abbondantemente sotto i 40 secondi. E con i piedi – particolare ancor più determinante – ci sanno maledettamente fare.

Bene la Costa d'Avorio nonostante il ko, ma gli Elefanti non possono privarsi di Drogba

Bene la Costa d’Avorio nonostante il ko, ma gli Elefanti non possono privarsi di Drogba

Quella tra colombiani e ivoriani, giocata a viso aperto da entrambe, accesasi sotto il profilo realizzativo nella ripresa e vinta dai primi per 2 a 1, è stata una gran partita, nessuno può negarlo. C’era la chimica giusta all’interno dello stadio di Brasilia e che potesse essere una sfida appassionante lo si è intuito sin dall’esecuzione degli inni nazionali, con il trasporto dei ‘cafeteros’ e le lacrime dell’africano Die, incapace di contenere l’emozione e rincuorato dai suoi compagni, mentre la scena, amplificata dal maxischermo, provocava il boato del pubblico. Gli Elefanti meritano rispetto e credito per il prosieguo del torneo ma non possono rinunciare a cuor leggero a Drogba, sin qui utilizzato col contagocce. Gervinho è in grande forma e non è l’unico ad esserlo, mentre è un po’ sottotono il potente Yaya Tourè: in più nella gara conclusiva del girone mancherà per squalifica Zokora, il cervello della squadra.

Katsouranis riceve il cartellino rosso dall'arbitro Aguilar, ma Grecia e Giappone meriterebbero entrambe l'espulsione dal Mondiale

Katsouranis riceve il cartellino rosso dall’arbitro Aguilar, ma Grecia e Giappone meriterebbero entrambe l’espulsione dal Mondiale

Per fortuna la Costa d’Avorio non sembra correre rischi contro l’anemica Grecia, che in nottata è andata in bianco col Giappone, altrettanto avaro di buone intuizioni. I greci giocano un’ora in dieci per l’ingenua espulsione di Katsouranis e l’infortunio di Mitroglu azzera in pratica le potenzialità offensive degli ellenici, che proprio dieci anni fa vinsero sorprendentemente l’Europeo in Portogallo, giocando in modo identico ma con maggiore qualità e un pizzico di fortuna. Contrariamente al confronto tra Colombia e Costa d’Avorio, Giappone e Grecia meritano ampiamente di uscire dal torneo. Non è concepibile il non-gioco in una competizione prestigiosa come la Coppa del Mondo. Serve rispetto per il pubblico, quello allo stadio e per i milioni di telespettatori. E il girone eliminatorio non è una frazione di campionato in cui stringere i denti per puntare al risultato minimo in trasferta. Servono idee, gol, punti. Che le due nazionali non hanno.

Suarez trafigge Hart per la seconda volta: l'Uruguay rientra in corsa, gli inglesi sono virtualmente fuori dai giochi

Suarez trafigge Hart per la seconda volta: l’Uruguay rientra in corsa, gli inglesi sono virtualmente fuori dai giochi

La chiusura è tutta per il successo dell’Uruguay sulla derelitta Inghilterra. Inutile infierire sul rendimento dei sudditi di Sua Maestà e sui loro mille modi di perdere le partite. Solo una considerazione. E’ sembrato che il giornalista Marianella, che com’è noto vive in una dimensione filigranata di Union Jack, abbia espresso una dura opinione sul ct inglese Roy Hodgson, che virtualmente fuori dal Mondiale toglierebbe d’impaccio i vertici della Federazione su un suo probabile avvicendamento. “Hodsgon ha fatto bene solo con le piccole squadre, perché è un tecnico che non pensa in grande – ha aggiunto il solone di Sky –. E l’Inghilterra, che è una grande del calcio internazionale, ha bisogno di ben altro”. Tacendo su che cosa possano aver pensato i tifosi interisti di questa affermazione e ammettendo che Hodgson possa essere davvero il problema dei Leoni, è legittimo avere qualche dubbio sulla grandeur della nazionale inglese. Una squadra che negli ultimi 47 anni ha raccolto meno della Grecia, del Portogallo, della Turchia e della Repubblica Ceca. Amen.
L’Inghilterra non ha carattere, l’Uruguay almeno quello ce l’ha. E’ bastato inserire il Pistolero Suarez (dovrebbero chiamarlo il Vampiro viste le 17 giornate di squalifica accumulate per aver morso avversari sia quand’era all’Ajax che con il Liverpool, senza contare gli episodi di razzismo in cui è stato coinvolto, tra i quali quello con protagonista Evra), autore della doppietta decisiva, e togliere i pensionandi Forlan e Lugano per ritrovare lo smalto che sembrava perduto. E per l’Italia, in campo oggi con la Costa Rica per il primato nel girone, all’ultimo turno con la Celeste non sarà certo una passeggiata.

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Spagna, la solitudine degli ex numeri uno

Spagna, la solitudine degli ex numeri uno

Il delirio al Maracanà è tutto dei cileni. Alla Spagna, che dal 2008 ha associato al tiki taka un Mondiale e due Europei portati a casa dominando le rivali, è toccato lo stesso destino di Francia e Italia, fuori al primo turno nelle edizioni iridate disputate nel terzo millennio successive a quelle del trionfo. A Madrid ci s’interroga sulla correlazione tra la caduta degli dèi (gli uomini di Del Bosque, almeno sino a qualche tempo fa) e l’abdicazione di re Juan Carlos I di Borbone, avvicendato dal figlio Felipe dopo 39 anni che hanno riscritto la storia della nazione iberica. Tra le varie virtù, a far grande negli anni la Spagna, intesa come Paese uscente dal regime dittatoriale franchista, ha contribuito e non poco il mondo del pallone, in quel periodo di boom economico definito Desarollo, poco prima dell’’insediamento di Juan Carlos. E’ un’epoca in cui le Furie Rosse hanno dimenticato che il Real Madrid ha fatto incetta delle prime cinque Coppe dei Campioni giocatesi, tra il 1955 ed il ’60: metà dell’attuale bottino delle merengues, che il mese scorso hanno festeggiato il decimo titolo continentale. La décima, appunto.
La Spagna di Pirri e Juanito, invece, fallisce la qualificazione al Mondiale ’74, esce al primo turno quattro anni dopo in Argentina (con il clamoroso errore sottoporta del centrocampista offensivo Cardenosa che avrebbe mandato a casa il Brasile) e gioca da comprimaria il Mundial casalingo, quello che ha fatto la storia degli Azzurri. Passano gli anni, cambiano i protagonisti e muta anche il calcio ma gli iberici non riescono a far centro, nonostante Butragueño e parecchi altri campioni: hanno qualità individuali per arrivare in fondo – dicono di loro gli esperti internazionali – ma in nazionale non legano, trasformando una sana competizione interna in qualcosa di autodistruttivo. Sino agli anni Duemila, ad una nuova filosofia di manovra basata sul possesso palla e improvvise verticalizzazioni, interpretata al meglio da abili giocolieri. Arriva la generazione degli Iniesta, Xavi, Puyol, Casillas, Sergio Ramos, Villa e Silva: perlopiù è il blocco del Barça, più qualche innesto di valore.

Edu Vargas manda all'inferno le Furie Rosse: il Cile è agli ottavi di finale

Edu Vargas manda all’inferno le Furie Rosse: il Cile è agli ottavi

Vincono tutto, col rischio di diventare antipatici. Ora abdicano (era nell’aria almeno dall’esito della Champions 2013 ma quest’anno il Real con un Ronaldo ingiocabile è tornato padrone), nel giorno in cui il loro re fa la stessa cosa. Onore dunque ad una nazionale capace di raccogliere in breve tempo così tanti titoli e consensi da potersi permettere un passaggio a vuoto nel Mondiale brasiliano. Escono male – d’accordo – e il tonfo fa rumore ma nulla toglie al ricco palmarès di questi uomini, che con i loro successi hanno portato le Furie Rosse ad essere sulla bocca di tutti. Molti dei protagonisti delle Furie si sono ritrovati spompati a fine stagione, qualcuno acciaccato (Diego Costa apprezzato per tutta l’annata con l’Atletico Madrid non può essere quello visto all’opera contro Olanda e Cile), qualcuno può aver serenamente imboccato il viale del tramonto ed un girone tosto ne ha amplificato ogni difficoltà. Ma la Spagna, con le sue canteras ricche di talento, tornerà presto tra le squadre da battere per chiunque voglia candidarsi ad un grande podio, ammesso che possa dirsi chiuso un ciclo che sforna campioni in continuazione.
Il coccodrillo sulle Furie è l’occasione per celebrare l’altra Roja, quella cilena. Con un tale sostegno dagli spalti, con un inno cantato così, con una prestazione corale di siffatte proporzioni non si può restare insensibili dinanzi alla squadra dell’argentino Sampaoli, pietrificato nel vedere i suoi uomini emozionarsi durante l’esecuzione della Canción Nacional. E la spinta alla nazionale è arrivata in un video, attore principale l’ultimo estratto dei 33 minatori rimasti 70 giorni sottoterra e tutti sopravvissuti all’incidente nella miniera di San José ad Acatama, nel 2010. “La Spagna è difficile? L’Olanda è difficile? – si ode nello spot realizzato a Santiago dal Banco de Chile in vista dei Mondiali – Non ci spaventa il gruppo della morte, non c’importa della morte, perché la morte l’abbiamo vinta prima. Dimostreremo al mondo che per un cileno niente è impossibile”. La carica agonistica è valsa il passaggio agli ottavi di finale. La si è potuta apprezzare in campo, dove gli undici protagonisti sono sembrati altrettanti Vidal e il meno Vidal di tutti era proprio lui stesso, comunque in progresso rispetto all’esordio con l’Australia.

Lo straordinario sinistro al volo dell'australiano Cahill è in lizza per il gol più spettacolare del Mondiale

Lo straordinario sinistro al volo dell’australiano Cahill è in lizza per il gol più spettacolare del Mondiale

Canguri che divertono e impegnano l’Olanda in una sfida godibile, resa tale dall’atteggiamento a viso aperto di entrambe, com’è nella filosofia di quasi tutte le partecipanti a questo Mondiale brasiliano. Dopo lo svantaggio, la classe di Robben e Van Persie e la rete (con la complicità del portiere Ryan) del novizio Depay hanno garantito agli orange il passaggio del turno. Ma la copertina la merita il bomber dei Canguri Tim Cahill, che contende all’1-1 di Van Persie alla Spagna lo scettro di gol più bello del torneo. Pregiato e difficile come quello di Van Basten nella finale europea contro l’Urss, sia pure con il piede sbagliato. L’Australia saluta senza rimpianti: troppo elevato il mismatch tra il bravo Cahill (a segno nelle ultime tre edizioni dei Mondiali ma infortunato e anche squalificato in vista dell’ultima sfida con la Spagna) e il resto della squadra, con il vero tallone d’Achille riscontrabile in difesa.

Sotto di 4 reti c'è un contatto un po' troppo ravvicinato tra i camerunensi Assou-Ekotto e Mokandjou

Sotto di 4 reti c’è un contatto un po’ troppo ravvicinato tra i camerunensi Assou-Ekotto e Moukandjou

_Va tutto male invece al Camerun, opposto alla Croazia del rientrante Manduzkic. Quattro gol al passivo, l’espulsione di Song per un pugno vigliacco a palla lontana ad un avversario, le risse sfiorate tra Assou-Ekotto e Moukandjo, con intervento del più esperto Webo a far da paciere. Un brutto spot per una nazionale che in passato ha fatto sognare tanti appassionati di tutto il mondo, alimentando il mito dei Leoni Indomabili guidati da Roger Milla. Da prima squadra africana a mettere il naso tra le grandi del calcio a cenerentola dei gironi eliminatori, il Camerun ha collezionato contro i croati la sesta sconfitta consecutiva in un Mondiale. Mentre la nazionale di Kovac, dimenticato lo spettro di Nishimura, ritrova gambe e morale in vista della sfida decisiva con il Messico. Uno spareggio che vale un posto agli ottavi e che la Croazia dovrà affrontare con l’imperativo di una vittoria.

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Il messicano Ochoa nega a Thiago Silva la gioia per il vantaggio del Brasile

Il messicano Ochoa nega a Thiago Silva la rete del vantaggio del Brasile

Se a tradire è anche il Brasile riesce difficile raddrizzare una giornata dalle poche emozioni, al di là dell’ennesimo capovolgimento di un risultato e del paragone agli antipodi tra due portieri, l’uno sconosciuto e paratutto, l’altro più navigato ma con due saponette al posto dei guanti. Destini di Belgio-Algeria e Russia-Corea del Sud a parte, l’attenzione di giornata era tutta incentrata sul Brasile padrone di casa, con la curiosità di vedere all’opera una nazionale promossa ma con riserva dopo il confronto d’esordio con la Croazia. Alla fine non c’è stato verso, per i verdeoro, di riuscire a scalfire il muro messicano, perché un vero forcing di fatto non c’è mai stato. Solo qualche fiammata, che ha prodotto le azioni sporadiche in cui si è esaltato Ochoa – l’estremo difensore messicano retrocesso con l’Ajaccio nella seconda divisione francese ed ora sul mercato alla voce occasioni – e poco altro. Agli uomini di Herrera, al Mondiale dopo quattro cambi di selezionatore durante le eliminatorie ed un playoff vinto con la Nuova Zelanda, è bastato studiarsi il video di Brasile-Croazia e insistere sugli stessi difetti posti in essere dalla squadra di Kovac nei confronti dei padroni di casa. Solo che questa volta l’arbitro non ci ha messo lo zampino ed il pubblico di Fortaleza, impagabile nel sospingere i propri beniamini verso una vittoria annunciata, col passare dei minuti ha visto le speranze infrangersi contro un muro.

Una muraglia verdeoro: delusione per i supporters della Seleção a Fortaleza

Una muraglia verdeoro: delusione per i supporters della Seleção a Fortaleza

Quali sono, dunque, i mali di una Seleção passata in due sole gare dall’eccitazione alla paura? Il tempo messo a disposizione al centravanti Fred sarebbe scaduto se il Brasile avesse una vera punta centrale più forte del rincalzo Jô, tornato in patria all’Atletico Mineiro dopo aver impressionato al Cska Mosca ma vistosi respinto agli esami ben più severi affrontati in Premier League. A centrocampo, inoltre, sia Paulinho che Luiz Gustavo hanno ripetuto l’opaca prova del debutto palesando un ritmo compassato e pochissime buone idee. La verve di Oscar e il cambio di passo (chiamiamolo pure classe, suvvia) di Neymar possono togliere d’impaccio in qualche occasione il tecnico Scolari ma il problema di fondo rimane, ovvero il Brasile un gioco non ce l’ha. Oppure ai fans di tutto il mondo non l’ha ancora mostrato. In retroguardia manca completamente l’apporto degli esterni, che per tradizione nel corso degli anni è sempre stato uno dei punti cardine della manovra ariosa e avvolgente della Seleção.
Il precedente dell’Italia del Mundial ’82 trasformatasi cammin facendo dopo aver stentato nel girone è una coperta di Linus per tutte le aspiranti al trionfo ma anche un ricorso storico pericoloso. L’impresa degli Azzurri di Bearzot è entrata nel mito proprio perché unica e probabilmente inimitabile, senza considerare che non riguardò certo la squadra favorita alla vigilia. Felipao, oltretutto, è poco incline ai cambiamenti e da 7-8 gare ha deciso di puntare sempre e comunque sullo stesso ridottissimo gruppo di campioni. Che messi insieme, però, non sembrano valere la Germania. E’ bastato un Messico ordinato e attento nelle chiusure per rispedire al mittente tutti i tentativi offensivi dei brasiliani; e quando nel secondo tempo hanno capito che il colpaccio era possibile, i centroamericani hanno provato a ripartire, guadagnandosi qualche interessante sortita verso la porta di Julio Cesar. Il rischio, per il Brasile, è che la pressione di un intero Paese che invoca la vittoria finale possa alla lunga soffocare la squadra. Si può uscirne con la personalità dei top player, oltre che con le qualità tecnico-tattiche e in quest’ottica, l’esperienza pregressa di Scolari può rivelarsi fondamentale.

Il Belgio se l'è vista brutta ma alla fine può festeggiare insieme ai suoi tanti tifosi

Il Belgio se l’è vista brutta con l’Algeria ma alla fine può festeggiare insieme ai suoi tanti tifosi

Questi problemi non li ha il Belgio, che pure è una delle protagoniste più attese ed ha dovuto attendere cinque giorni lunghi e snervanti prima dell’avvio del suo torneo. Proprio i Diavoli guidati da Wilmots stavano per creare una delle principali sorprese del primo turno, lasciando spazio per 70 minuti al successo di una pimpante Algeria, sospinta dal cursore Ghoulam, dall’esperienza del capitano Bougherra e dal playmaker del Valencia, l’elegante Feghouli, precisissimo dal dischetto quando si è trattato di portare avanti le Volpi del deserto. Poi, i cambi del ct belga hanno ridestato la squadra dal suo torpore e nel finale Fellaini ed il napoletano Mertens hanno rimesso le cose a posto secondo pronostico, concretizzando la settima rimonta in 17 partite. Una tendenza che vale un record a tutti gli effetti e che andrebbe approfondita al di là dell’andamento dei match e delle caratteristiche delle squadre.

Il portiere russo Akinfeev prova a rimediare senz successo alla papera commessa sul tiro di Lee Keun-Ho

Akinfeev prova a rimediare senz successo alla papera commessa sul tiro di Lee Keun-Ho

In serata Russia e Corea hanno annoiato: la squadra di Capello è priva di stelle e sarà dura, per l’osannato allenatore friulano, tornarsene dal Brasile con un risultato che giustifichi il lauto assegno che riceve mensilmente da Mosca. Come i russi anche la Corea del Sud è quasi la stessa di sempre, confermando che correre non è tutto e che la prestanza fisica (che i Kim e i Lee ovviamente non possiedono) nel calcio conta e pure tanto. Nonostante ciò, un’accorta gestione del match ha consentito ai ragazzi di Hong Myung-Bo (l’indimenticato capitano del successo sugli Azzurri di Trapattoni) di tenere botta e di ritrovarsi in vantaggio quando il portiere russo Akinfeev, dopo averci provato più volte, è finalmente riuscito a farsi sorprendere da un innocuo passaggio telefonato, scivolatogli tra le mani. Papera colossale pagata il giusto, cioè la mancata vittoria, perché pochi istanti più tardi, sull’unico svarione della difesa coreana, il neoentrato Kerzhakov (e dai, tre dei cinque gol di giornata vengono dalla panchina) ha ristabilito la parità. Quindi pura accademia da parte di entrambe sino al fischio conclusivo, con il tacito accordo a certificare che un punto è meglio di niente.
Viste all’opera le 32 formazioni e dovendo indicare tre squadre che hanno positivamente lasciato un segno ecco nell’ordine una menzione per Germania, Olanda e Colombia. Bene l’Italia, compitino svolto senza errori per la Francia. Chi ha perso può contare su una prova d’appello. Ma è l’ultima: per fare un esempio per chi soccombe domani sera tra Croazia e Camerun il Mondiale è già al capolinea.

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C’è un simpatico gruppo su Facebook, dedicato ai presunti delinquenti – sì, viene usato proprio questo termine che fa sorridere ma fino a un certo punto – presi in prestito dal mondo del pallone. Ha nel mirino, con foto, video ineccepibili e la necessaria dose di ironia, i comportamenti violenti assunti dai giocatori sui campi di tutto il mondo. Il fatto è che non ci si può scandalizzare se qualcuno viene definito tale, perché le leggende, in questo caso, corrispondono quasi sempre a sacrosante verità. Si spazia dall’ambiente dei dilettanti ai campioni super pagati ed il pianeta sudamericano, quando c’è da far battaglia, è ovviamente in prima linea. Basta che ci sia una telecamera a testimoniare un fallaccio, una gazzarra, un comportamento antisportivo.

La testata costata l'espulsione a Pepe; a terra Thomas Mueller, autore di una tripletta

La testata costata l’espulsione a Pepe; a terra Thomas Mueller, autore di una tripletta

Il difensore portoghese Pepe, campione d’Europa con il Real Madrid, recita in questo gruppo virtuale un ruolo da assoluto protagonista. Perché è cattivo, almeno quanto è forte. E non è nemmeno troppo intelligente. Nell’esordio mondiale del Portogallo, sommerso con quattro reti da una Germania probabilmente più forte persino del Brasile (ma non per questo è scontato che sollevi la coppa), Pepe ha peccato ancora una volta di lucidità e i nervi gli hanno giocato un brutto scherzo. Dopo un suo buffetto ha reagito al plateale svenimento del match winner Thomas Mueller con un rimbrotto a muso duro, seguito da una lieve zuccata. Un colpo di testa di troppo, l’ennesimo, per un giocatore importante per la Seleçção das Quintas, tenuto d’occhio per la sua pericolosità da arbitri e riprese tv. Quanto commesso ai danni di Mueller non è magari un’offesa da codice penale ma proprio perché si tratta di Pepe, la sanzione è arrivata puntuale come il fisco. Ha pagato a caro prezzo un qualcosa per cui tante, troppe volte, è stato perdonato. E visto che non era necessario reagire in quel modo, avrebbe dovuto controllarsi, a maggior ragione rappresentando la sua nazionale in un torneo breve ma prestigioso come la Coppa del mondo. Invece, niente: ci rimettono il ct Paulo Bento, la stella Cristiano Ronaldo (inoffensivo, come tante altre volte con i lusitani, Europei del 2012 esclusi) e le aspirazioni di una squadra che ha ancora chance di qualificazione. Mentre con una Germania così non sarebbe bastato un Pepe in formato angelico per evitare la sconfitta: sotto gli occhi di una divertita Angela Merkel la squadra di Löw era, al momento del fattaccio, già in vantaggio di due gol.

La Germania ha destato un'ottima impressione, rifilando un poker di reti al malcapitato Portogallo

La Germania ha destato un’ottima impressione, rifilando un poker di reti al malcapitato Portogallo

L’immagine che hanno offerto di sé i teutonici è quella di una solidità e forza incredibile. Quattro gol, tre con Mueller, appunto: il ‘falso nueve’ la butta dentro più dei veri centravanti e se in Sudafrica, quattro anni fa, si rivelò al grande pubblico, ora sembra pronto per assumersi il ruolo di leader di una nazionale che ha ormai confinato in panchina Schweinsteiger e Podolski, per affidarsi ad un collettivo apparentemente indistruttibile in ogni reparto. Come in ogni storia che crea un’aspettativa saranno i prossimi test a verificare l’attendibilità di quanto si afferma, anche se la sensazione è che con Stati Uniti e Ghana sul cammino dei tedeschi si dovranno attendere almeno gli ottavi di finale per capire se la corazzata di Löw possa incontrare qualche minima difficoltà.
Partenza super anche per un tedesco emigrato negli Usa, quel Jurgen Klinsmann ora ct degli yankee: proprio la nazionale a stelle e strisce si è aggiudicata il probabile spareggio con i ghanesi, in un match dai tratti difficilmente sintetizzabili in poche righe. Klinsmann ha coraggiosamente lasciato a casa Landon Donovan, simbolo del calcio americano del terzo millennio, ha caricato di responsabilità Dempsey e costui l’ha ripagato con un gol dopo soli 31 secondi, che rendono la prodezza di ieri notte la quinta rete più veloce mai realizzata in un Mondiale. Peccato che gli Usa abbiano perso quasi subito per infortunio e per tutto il torneo il centravanti bifronte Altidore (eroe insostituibile in nazionale, considerato un autentico brocco in Premier League dove ha deluso nel Sunderland) e rischiato anche con Dempsey, colpito duro al volto.

Dempsey porta in vantaggio gli Stati Uniti contro il Ghana dopo 31 secondi: l'attaccante va a segno nel terzo Mondiale consecutivo

Trentuno secondi e Dempsey porta in vantaggio gli Stati Uniti contro il Ghana: l’attaccante va a segno nel terzo Mondiale consecutivo

Quel mordente che ha caratterizzato la prova degli yankee nel primo tempo si è dissolta nella ripresa ma subito dopo il pari dei figlio di Abedì Pele (Andre Ayew) gli Stati Uniti si sono riappropriati del successo con un colpo di testa del lungo e giovanissimo centrale Brooks, inserito nella ripresa dal sergente Klinsmann per fermare l’emorragia. Con lui, per imbrigliare i ghanesi in un momento di viva sofferenza, dentro anche l’attaccante Zusi, che ha una storia particolare: nel 1994, all’età di otto anni, fu tra i piccoli figuranti della cerimonia d’apertura di Usa ‘94. Vent’anni dopo i Mondiali si trova a giocarli e grazie a lui il Messico, promosso da una sua rete contro Panama nel recupero dell’ultima gara del gruppo eliminatorio Concacaf. Senza la zampata di questo Zusi, in Brasile ci sarebbe il minuscolo stato panamense.
Dolori invece dal fronte africano, sia per il Ghana capace nel 2010 di arrampicarsi con merito sino ai quarti di finale, che per i campioni continentali della Nigeria, imbrigliati sullo 0-0 (eccolo il primo pareggio, arrivato dopo 13 partite e per giunta senza reti) dall’Iran in una sfida poverissima di spunti e ripagata dallo stadio di Curitiba con bordate di fischi in coincidenza dell’epilogo di entrambe le frazioni. E’ incredibile rilevare come questi talentuosi atleti africani, che pur come Asamoah, Gyan, Muntari, Essien, Obi Mikel, Onazi, Moses siedono regolarmente al tavolo dei grandi club d’Europa, si dimentichino totalmente di qualsiasi forma di disciplina tattica non appena indossano la casacca della loro nazionale. Di contro, portano una ventata di entusiasmo difficilmente riscontrabile nel calcio moderno che conta. Un po’ di equilibrio non guasterebbe, perché sorrisi e splendidi canti tribali non portano in finale ma la leggerezza d’animo deve diventare un alleato, non un problema in più. Il nocciolo del continente nero è sempre lo stesso, non progrediscono mai. E da circa 30 anni attendiamo una squadra che cancelli il ricordo sempre più epico delle imprese del Camerun targato N’Kono e Milla.

Iran e Nigeria schierate a Curitiba prima del via: alla fine saranno fischi per entrambe

Iran e Nigeria schierate a Curitiba prima del via: alla fine saranno fischi per entrambe

Un pizzico di simpatia lo suscita l’Iran, programmato per scendere in campo a poche ore dal debutto degli Stati Uniti. Minore simpatia la provocano i vertici dello stato persiano, che hanno proibito la diffusione delle partite nei cinema e nei bar per evitare capannelli di stampo occidentale. In Iran, inoltre, la trasmissione in luoghi pubblici di immagini di donne senza il classico velo a coprire il capo è vietata. Il presidente iraniano Rouhani si è congratulato con la squadra attraverso un tweet, in cui esprime la soddisfazione per aver debuttato fermando la Nigeria, ma la federazione locale, in ristrettezze economiche, aveva da tempo imposto ai giocatori di non scambiare a fine gara le magliette con gli avversari. Magari cambierà idea, in vista del confronto con l’Argentina, sapendo quanto può valere un’icona appartenuta a Leo Messi.